Negli ultimi anni, difficili e instabili, la cosiddetta “industria della felicità” si sta espandendo sempre di più: per capirlo basta osservare la sezione “mente, corpo e spirito” di una qualsiasi libreria. Titoli come “Felicità edonistica” o “Come essere felici” affollano gli scaffali dei negozi, promettendo una felicità contagiosa, ottenuta esercitandosi a pensare positivo.

Abbiamo realmente l’opportunità di essere felici?

A seconda degli approcci psicoterapeutici, ogni specialista propone delle vie per stare meglio con se stessi:

Lo psicologo svizzero Yves-Alexandre Thalmann, ad esempio, sostiene che la qualità della nostra vita dipende non tanto degli eventi stessi, ma dal modo di interpretare quello che ci accade. “I nostri cervelli sono programmati per dare un senso a tutto ciò che ci circonda: passiamo la vita interpretando fatti – spiega – e tali interpretazioni, positive e negative, generano altrettante emozioni. Queste determinano il nostro comportamento, come vediamo la vita e le nostre relazioni con gli altri”.

Ad esempio, in un pomeriggio uggioso, una persona potrebbe pensare di essersi rovinata la giornata e rimanere di cattivo umore tutto il giorno, oppure essere contenta di poter trascorrere del tempo in tranquillità in casa, rendendo lo stato d’animo di chi la circonda sereno.

Ciò ha portato Thalmann a sviluppare la sua teoria sulla base di una apparentemente semplice premessa: perché non scegliere le interpretazioni degli eventi positive, quelle che aumentano il nostro benessere e concentrarsi esclusivamente su di esse? I fatti non possono essere modificati, per quanto una persona lo desideri, ma il loro significato non è intrinseco ad essi.

Lo psicologo svizzero spiega che tutti gli approcci cognitivo-comportamentali sono basati sull’idea che le nostre fobie, le difficoltà relazionali e le nostre dipendenze sono spesso legate a distorsioni cognitive – false credenze – per cui bisogna necessariamente “fare qualcosa”. Ad esempio, sul podio olimpico, è più facile che chi ha vinto la medaglia di bronzo sia più soddisfatto di chi ha ottenuto quella d’argento, poiché quest’ultimo, confrontandosi con il vincitore, con molta probabilità si sentirà frustrato, anziché orgoglioso del traguardo raggiunto.

È quindi necessario sostituire le nostre convinzioni negative con altre positive.

Ingannare la mente non è la risposta

La felicità è davvero così facilmente raggiungibile?  Gli psicoanalisti credono di no. “Possiamo sempre momentaneamente ingannare la nostra mente in modo inconsapevole raccontandoci storie. Siamo, infatti, in grado di anestetizzare il nostro inconscio, ma gli studi dimostrano che il ritorno alla realtà è sempre doloroso e che i conflitti interiori sono semplicemente spostati e non si dissolvono di fronte alle affermazioni positive ripetute”, sostiene il filosofo e psicoanalista Claude Tedguy.

Evitare del tutto di interpretare negativamente la realtà può essere, dunque,pericoloso. Credere che si possano volontariamente cambiare le nostre convinzioni per raggiungere la felicità e la pace interiore significa attribuire un potere alla mente sul corpo che non possiede.

Quindi, sviluppare pensieri positivi risulta una strategia inefficace?

Tal Ben-Shahar, insegnante di psicologia positiva ad Harvard, prova a fornire la sua risposta.

Attribuire significato ai nostri comportamenti

Ben-Shahar non è un fan della ricerca edonistica della felicità, che è individuale e materiale. Egli introduce un ulteriore elemento essenziale: il significato. “La mia definizione di felicità è una sensazione di piacere, piena di significato. Una persona felice trova la gioia nella vita, nonostante il cattivo tempo, le prove e le battute d’arresto lungo il percorso. L’individuo sperimenterà la felicità cercando di attribuire un senso alla propria esistenza”.

Ben-Shahar afferma che abbiamo  bisogno di dare un senso ai nostri comportamenti di tutti i giorni. “Quotidianamente, dovremmo coltivare attivamente le relazioni che ci nutrono, portare la creatività in tutto ciò che facciamo e darci un tempo per le attività che ci fanno sentire come stiamo, afferma lo specialista.

Personalmente sono d’accordo con quanto afferma Ben-Shahar, ed in particolare sul fatto chela creatività costituisce una risorsa importante per il nostro benessere psicologico:  se infatti non possiamo controllare e decidere attivamente quello che sentiamo (le nostre emozioni non sono decise dalla nostra volontà) possiamo però accoglierle e ascoltarle per utilizzarle come guida del nostro fare quotidiano. Le nostre emozioni sono “l’energia motrice” e dare un senso ai nostri vissuti emotivi significa procedere verso una maggiore sintonia tra il nostro corpo, la nostra mente e il contesto in cui viviamo.